Passaggio in India   artigiani del viaggio


Una terra di molte religioni

L’atmosfera mistica che pervade tutta l’India si respira dovunque: nei tranquilli monasteri buddisti, nell’animazione dei templi induisti, fittamente popolati dalle statue delle loro divinità, nei luoghi di culto disseminati a migliaia in tutto il paese.
In India convivono Induismo, Islamismo, Buddismo, la religione Sikh e il Cristianesimo, insieme con religioni minori che comprendono lo Zoroastrismo e il Jainisrno.
Nel grande pantheon dell’induismo emerge la Trinità composta da Brahma, il creatore, Vishnu, il conservatore e Shiva, il distruttore; i templi e santuari li celebrano in tutto il paese. Il Gange è il loro fiume sacro e Benares (Varanasi) la loro più sacra città.
Anche l’Islamismo ha molti seguaci in India, lo provano le numerose moschee e mausolei. E la Grande Moschea di Delhi è uno dei suoi monumenti piú splendidi.
Il Buddismo, la religione della non violenza, della carità, purezza e fratellanza celebra il suo fondatore nei santuari e negli stupa votivi e commemorativi sparsi in tutta l’India.
Il Sikhismo ha la sua massima espressione nel Tempio d’oro di Amritsar mentre il Cristianesimo, che arrivò in India nel XVI secolo con il gesuita spagnolo San Francesco Saverio, ha le sue chiese in ogni città.

 

INDUISMO

  Religione tradizionale dell’India, praticata da oltre 700 milioni di fedeli. Il termine italiano “induismo”, connesso con il nome dell’India, trova il suo antecedente etimologico nella parola persiana hindu, che veniva utilizzata per indicare il fiume noto anche in Occidente come Indo. Già dal V secolo a.C. il termine “indù” indicava per estensione gli abitanti della terra dell’Indo, e quindi dell’intero subcontinente indiano; in seguito, per l’Islam la parola acquisì una connotazione religiosa, in riferimento agli abitanti non musulmani di quelle terre; in questo senso l’italiano definisce “indù” i seguaci della religione più antica dell’India, presentati invece dalla tradizione locale come “coloro che credono nei Veda” o come “coloro che seguono la legge (dharma), accettano la divisione della società in caste (varna) e vivono le quattro fasi (ashrama) della vita umana”.

Con il termine “induismo” si indica convenzionalmente l’intera esperienza religiosa degli indiani nel suo svolgimento storico fin dalle origini, fissate approssimativamente intorno al 1500 a.C.; l’accezione scientifica del termine, tuttavia, denota come “induismo” soltanto la religione che, praticata dal VI secolo a.C., costituisce l’evoluzione di due fasi anteriori dette rispettivamente “vedismo” (dalle origini all’800 ca. a.C.), dal nome dei libri sacri, i Veda, e “brahmanesimo”, dal nome degli appartenenti alla casta sacerdotale, i brahmani. Gli indù preferiscono definire l’insieme delle proprie credenze sanatana-dharma, ossia dharma eterno.

Fondamenti dottrinale e testi sacri.
 In termini estremamente sintetici l’induismo può essere inteso come una religione nella quale le molte divinità convivono sia con l’idea di un Dio assoluto concepito in termini personali sia con la concezione di un Sacro impersonale onnipervadente. Un’articolata concezione della società e dei compiti dei singoli individui supporta la prospettiva religiosa e filosofica induista. La definizione del sistema sociale costituisce quell’elemento di continuità e di unità che l’induismo non possiede nella sua dimensione propriamente teologica, caratterizzata non solo dalla molteplicità delle figure divine, ma anche dalla pluralità degli atteggiamenti devozionali e dall’assenza di un indirizzo dottrinale uniforme paragonabile a un credo convenzionale.

 Il Samsara.
Questa ricca letteratura, per la quale è difficile fissare date di composizione (i due poemi epici risalirebbero a un periodo compreso fra il 300 a.C. e il 300 d.C.), contiene inoltre numerose narrazioni relative alla cosmologia, motivo ispiratore fondamentale della filosofia dell’induismo, fondata su una concezione che intende l’universo come un grande uovo cosmico con cieli, mondi infernali, oceani e continenti disposti concentricamente intorno all’India; questo universo sconfinato è destinato a un’esistenza eterna ma ciclica, segnata da una degenerazione costante e inesorabile, da una sorta di Età dell’Oro della durata di 1.728.000 anni, detta Krta Yuga, fino all’epoca più triste e precaria, il Kali Yuga, di 432.000 anni, al culmine della quale il cosmo viene interamente divorato dalle fiamme e dai flutti in un rito di purificazione generale capace di rigenerare l’Età dell’Oro e dare avvio a un nuovo ciclo. Allo stesso modo l’esistenza umana è coinvolta nel ciclo inarrestabile delle rinascite, reso possibile dalla trasmigrazione delle anime, che alla morte dell’individuo si reincarnano nel corpo di un altro essere vivente, in un processo eterno conosciuto come samsara.

Il Karma e il Moksha.

In base alla dottrina del samsara, ogni uomo è destinato a reincarnarsi in un essere di qualità superiore o inferiore secondo i meriti accumulati nell’esistenza attraverso l’insieme delle sue azioni, il karma; è questa una realtà tendenzialmente negativa, ma indirizzabile verso un fine positivo per mezzo di pratiche di devozione e di espiazione che trovano il loro vertice nelle forme di ascetismo volte a ottenere la “liberazione”, moksha, dall’attaccamento alla realtà materiale e alle errate concezioni dell’esistenza. Nei concetti essenziali di samsara, karma e moksha, la tradizione indiana sintetizza i contenuti essenziali di una visione sostanzialmente pessimistica circa il valore della realtà cosmica e materiale, il cui incombere inesorabile deve essere assolutamente esorcizzato attraverso un cammino di liberazione e di rinuncia al mondo, secondo l’ideale delle numerose correnti ascetiche presenti in India fin dall’antichità.

La considerazione del carattere inesorabile della dimensione materiale dell’esistenza giustifica l’altro fondamentale aspetto prescrittivo dell’induismo. Questa prescrizione, solo apparentemente contraddittoria rispetto alle tendenze ascetiche, impone a ogni fedele di assumere un ruolo preciso nella società, per portare a compimento il dovere assegnatogli dal karma al momento della nascita, contribuendo a perpetuare il ciclo della storia attraverso la procreazione e a procurare il benessere materiale a sé e ai suoi simili, nella speranza di ottenere il premio delle proprie azioni nell’esistenza futura con la trasmigrazione della propria anima nel corpo di un essere di livello sociale superiore o in quello di un asceta.

Il sistema delle caste. Tale atteggiamento fornisce la giustificazione filosofica per la dottrina più nota e controversa dell’induismo, ovvero la rigida divisione della società in classi, varna, note in Occidente con il termine, di origine portoghese, caste, alle quali si appartiene per nascita senza alcuna possibilità di sfuggire alle severe norme di una concezione gerarchica. Un ruolo di assoluta preminenza è attribuito infatti ai membri delle tre caste superiori, quelle dei sacerdoti (brahmani), dei guerrieri (ksatriya) e dei lavoratori qualificati (vaisya), che riservano una condizione di totale sottomissione a chi appartiene alle caste inferiori, da quelle considerate servili (sudra) fino a quelle, disprezzate come impure, degli “intoccabili”, i “paria” della tradizione occidentale. Questi ultimi, in India, sono definiti candala, termine riferito propriamente a chi si trovi nella condizione di “fuori casta” perché nato dall’unione illecita fra una donna di casta brahmanica e un uomo di casta servile.

Atman e Brahman.
Il matrimonio fra coniugi appartenenti alla stessa classe costituisce per l’appunto una delle regole fondamentali dell’organizzazione castale, le cui origini storiche risalirebbero all’epoca dell’insediamento in India delle tribù indoeuropee, portatrici, secondo la tesi suggestiva ma controversa dello studioso francese Georges Dumézil, di una “ideologia tripartita”, con le figure del sacerdote, del guerriero e dell’agricoltore poste a garanzia della buona organizzazione della società: riservandosi queste tre funzioni e tramandandole ereditariamente nelle caste superiori, gli invasori indoeuropei avrebbero inquadrato nelle caste inferiori gli abitanti indigeni dell’India. Formalmente abolito dalla costituzione dell’India moderna, il sistema delle caste continua comunque a rappresentare per la tradizione indù l’ambito privilegiato per la realizzazione dell’ordine sociale, riflesso dell’ordine cosmico, il dharma, che ogni fedele contribuisce a determinare conformandosi ai doveri previsti dallo svadharma, il dharma del singolo individuo, e impegnandosi a realizzare con successo, anche in termini meramente materiali, il fine (artha) assegnato alla sua esistenza. Contemplando tra i fini essenziali dell’essere umano anche il soddisfacimento del desiderio amoroso, kama, il pensiero indù non scorge, in questa tendenza a codificare ogni aspetto della vita sociale e materiale, alcuna contraddizione con l’aspirazione alla moksha, la liberazione che gli asceti cercano in modo radicale mirando a cogliere l’identità fra l’atman, l’anima individuale, e il brahman, il fondamento dell’universo.
In questa prospettiva i fedeli rivolgono la loro devozione preferibilmente a una delle divinità principali del pantheon indiano: Shiva, Vishnu e Brahma.
Brahama: il regolatore della legge del karma e creatore dell’universo.
Shiva: l distruttore e, nello stesso tempo, rigeneratore del mondo, colui che dispensa la morte, ma anche la vita.
Vishnu: il conservatore del mondo, che egli esercita manifestandosi in determinati momenti della storia del cosmo attraverso un’incarnazione, avatara, per riportare l’ordine fra gli uomini, minacciati da una condizione di instabilità.
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JAINISMO

Come il buddismo, e ad esso contemporanea, questa religione nasce in contrapposizione al pensiero induista che aveva elaborato un complesso sistema sacrificale diretto dalla casta superiore dei sacerdoti.
Mahavira (grande eroe) fu il fondatore di questa religione, che si estese ben presto in tutta la regione della piana gangetica. Come l Buddha egli nega l’idea dell’esistenza di un dio, e indica in cinque I precetti fondamentali da seguire per raggiungere la liberazione finale dal ciclo delle rinascite: la non violenza o ahimsa, la verità, il non possesso materiale, il non desiderio e la castità assoluta.
ll jainismo, per non confondersi con la dottrina parallela del buddha, raggiunse certe forme di fanatismo che permangono tuttora : non è raro, infatti, incontrare devoti jaina con una mascherina di garza davanti alla bocca, per evitare di uccidere, ingerendoli, microbi o piccoli insetti, infrangendo in tal modo il voto del’assoluta non violenza.
Questa religione mise a punto un complesso sistema cosmologico composto da cinque stati dell’essere- la materia, lo spazio, il tempo, il movimento e l’immobilità – e da tre mondi : quello medio dove è situata la terra, quello inferiore dell’inferno, ripartito in sette strati, e quello superiore che comincia sopra le stelle e si estende fino ai confini dell’universo ; questa suddivisione viene generalmente rappresentata nell’iconografia jaina come una forma umana alla cui testa corrispondono gli stadi superiori e ai piedi quelli inferiori. Secondo questa dottrina, inoltre, esiste nel cosmo una serie infinita di microrganismi, detti nigoda, che attraverso passaggi graduali compiono la trasformazione da esseri unicellulari fino a divenire animali, uomini e dèi.
Malgrado lo schematismo logico dei principi di questa religione, la parte dialettica in rivolta verso le dottrine tradizionali della culture indiana diede origine a una serie di scismi interni che sfociarono nella costituzione di due sette : gli Svetambara, letteralmente << coloro che vestono di bianco >> e i Digambara, <<coloro vestono di cielo>>. I primi, che si trovano nell ‘india settentrionale (soprattutto nel Gujarat), rappresentano iconograficamente il loro profeta e le sue reincarnazioni precedenti in posizione seduta su un fiore di loto, come il Buddha, mentre i secondi, che sono più numerosi nell’india centro-meridionale, girano completamente nudi, coperti di cenere Bianca questi ultimi sono più simili ai fedeli indù in quanto venerano le manifestazioni del loro maestro come tante divinità induiste. In tutta l’India I jain sono circa 500,00: presenza numericamente esigua ma economicamente importante, poichè domina il settore del commercio.

SIKHISMO

Nato nel secolo XV per opera del Guru (maestro) Nanak, il sikhismo si diffuse grazie all’azione e alla predicazione dei nove guru che uno dopo l’altro succedettero al primo maestro raccogliendone gli insegnamenti morali e religiosi in un libro sacro, paragonabile alla Bibbia, detto Adi Granth
La parola sikh significa disciplina, e indica una sorta di tentativo sintetico e metodico di conciliare la religione induista e quella dell’Islam. E non a caso la regione Indiana in cui si trovano I fedeli sikh ( attualmente oltre 10 milioni) è il Punjab, la cui capitale sacra è Amritsar, al confine con lo stato islamico del Pakistan. In questa parte dell’India, al tempo di Nanak, il dominio musulmano durava da secoli.
ll maestro prima di morire nominò un successore per portare a termine quell rinnovamento sociale e religioso per cui si era adoperato per tutta la vita, propugnando, oltre all’abolizione delle caste, l’emancipazione femminile e vietando il costume del sati, cioè dell’obbligo, per la donna rimasta vedova, di gettarsi sul rogo funebre del marito.
Verso la fine del Cinquecento, con il quarto guru Ram Das, venne edificato ad Amritsar il Tempio d’Oro ( in cui viene ancor’oggi conservato il Granth), che però in seguito fu distrutto da un’invasione di fanatici musulmani: da quel giorno I Sikh divennero un popolo di guerrieri .L’ultimo guru, Gobind ( morto nel 1708 ), adottò l’appellativo di singh, “leone”, che funge tuttora da cognome collettivo per tutti coloro che professano il sikhismo, e combattè il nemico fino ad assicurare alla propria religione, che proclama l’esistenza di un solo dio astratto e senza forma che abbraccia l’universo, una certa sicurezza.
A Gobind Singh si deve la fissazione canonica di alcune regole, tra le qual quelle che presiedono all’ammissione di un nuovo membro nella comunità, una sorta di cerimonia di battesimo nel corso della quale tutti I fedeli, di qualsiasi casta siano, vengono riuniti per una libagione comune a base di una miscela liquida di farina, burro e zucchero. Vengono anche definiti I <<cinque k>>, gli obblighi cui ciascun Sikh di sesso  maschile deve attenersi: Kesha, I capelli e la barba lasciati crescere per tutta la vita, raccolti in una sottile reticella: Kangha, il pettine da portare sempre con sè, perchè pettinarsi equivale a farsi una pulizia sia fisica che psichica ; Kara, il braccialetto di ferro al polso destro che indica il dovere di mutuo soccorso tra gli appartenenti alla comunità; Kirpan, la spada a due tagli che simboleggia l’origine guerriera di una stripe di uomini pronti a battersi per la giustizia religiosa e sociale; Kacchara, l’uso (inconsueto in India) di portare delle mutande per poter fare liberamente le abluzioni rituali entro I cortile dei templi.
ll simbolo più vistoso di tutto il portamento sikh, il voluminoso turbante in seta o cotone dai colori vivaci, viene portato come segno della dignità di questo popolo d’onore e per indicare l’uguaglianza di tutti gli uomini.

BUDDISMO IN INDIA

Siddharta Gautama, figlio del principe Suddhodana della stirpe regale dei Sakya, nacque verso il 560 a.C.a Kapilavastu, piccolo regno presso Patna, alle pendici dell’ Himalaya. I saggi chiamati dal padre per esaminare il neonato videro in lui un nuovo Salvatore per l’ umanità, cosicché gli fu imposto il nome di Siddharta, << il costruttore>>. A 29 anni abbandonò la sfarzosa vita di palazzo per ritirarsi presso la città di Gaya, in meditazione ascetica. Dopo alcuni anni raggiunse l’illuminazione divenendo così Buddha (il Risvegliato, l’illuminato), e a Sarnath, vicino a Banares, nel parco delle Gazzelle, tenne il primo sermone a cinque condiscepoli; da allora in poi condusse vita errante, predicando e prestando aiuto ai sofferenti. Quando senti che la morte gli era vicina, all’ età di 81 anni, radunò I suoi discepoli e si ritirò in un bosco dove mori in pace; il suo corpo venne bruciato secondo l’uso tradizionale indiano e le sue ossa vennero distribuite fra I discepoli, cha fecero costruire dei temple a campana(stupa) per contenere le reliquie del loro maestro santificato.
Grazie alla predicazione dei monaci itineranti e alla protezione del re Ashoka, che si converti al nuovo credo, il buddismo si diffuse in tutta l’india e a Ceylon, ovunque erigendo stupa per pregare il Maestro e monasteri per accogliere coloro che intendevano darsi alla vita ascetica.
La dottrina del Buddha sul piano filosofico si distacca completamente dalla concezione induista dell’universo. Tutto l’interesse di quest filosofia atea nasce da una rivolta storica al predominio assoluto del potere dei brahmini, I sacerdoti dei templi indù; dichiarando l’uguaglianza assoluta di ogni uomo il buddismo faceva cadere la divisione in caste che frammentava la società Indiana del tempo. l cardini su cui poggia lo sviluppo del pensiero filosofico e religioso del Buddha vennero definiti nel sermone di Benares, detto anche <<delle Quattro Nobili verità>>:1) la vita è dolore :2) la causa prima del doloreè il desiderio ;3) il dolore di vivere cessa quando cessano i desideri ;4) il mezzo per raggiungere la pace e la serenità è di seguire l’ottuplice sentiero, e cioè retta fede, retta decisione, retta parola, retta azione, retta vita, retta concentrazione, retto sforzo e retto ricordo, Quando l’uomo saprà comportarsi, secondo questo messaggio potrà raggiungere I’illuminazione del nirvana, il paradise liberarsi dal desiderio materiale che vincola l’uomo al ciclo di morte e rinascita è quindi la stessa anima è che siperfeziona via via in un divenire illimitato ; net buddismo, invece, l’anima muore con il corpo, e ogni nascita porta un’anima diversa.
Verso il  ll secolo d.C. il buddismo prese piede in tutta l’area a est dell’india scindendosi in due correnti diverse che divennero scuole canoniche nel IV secolo : il buddismo hinayana, detto <<del piccolo veicolo>>, che mantenne intatto da successive contaminazioni l’originario pensiero del Maestro e si sviluppò soprattutto a Ceylon e nella regione indocinese, e il Mahayana o <<grande veicolo>>, diffuse in Tibet, in Cina, in Giappone e in Mongolia, che si fuse con le religioni popolari delle antiche tradizioni cercando l’eventuale illuminazione non in un fatto privato o  strettamente individuale, ma collettivo, esteso a tutti gli esseri.
Agli inizi del ll millennio d.C. quasi più nulla, a parte le splendide testmonianze architettoniche tuttora visibili, rimaneva in India del pensiero buddista. Il brahmanesimo che non era stato dimenticato neppure durante gli anni di Ashoka, aveva infatti gradualmente assorbito il buddismo Mahayana, venerando il Buddha come una delle tante divinità del pantheon indù e attribuendogli a volte una controparte femminile. Tale processo di annullamento per assimilazione era ormai concluso nell’VIII secolo, tanto che il buddismo indiano, per mantenere una certa unità religiosa, si vide costretto a trasformarsi in diversi culti settari di tipo monastico, come quello dei kalachakra o quello tantrico che si sviluppò nel IX secolo press oil monastero dei primi anni dell’XI secolo: individuando nei grandi monasteri dei focolai d’opposizione alla loro Guerra santa, I musulmani ricorsero non solo alla distruzione materiale ma anche a quella morale, accusando I monaci di stregoneria. Oggi in India I buddisti sono circa 5 milioni, cioè lo 0,7% della popolazione, raggruppati soprattutto nelle estreme regioni settentrionali : qui l’afflusso dei rifugiati tibetani dopo l’occupazione del Tibet da parte della Cina ha portato in alcuni casi alla costituzione di comunità a maggioranza buddista.

Il Lamaismo (lama significa “maestro”) del Tibet è una sintesi del buddismo dell’India con la religione sciamanica dei Bon delle regioni himalayane compresse tra il Ladakh e il Bhutan. Il fondatore di tale culto è padma Shambava, un kashmiro ( che la leggenda vuole nato da un fiore di loto) presente in Tibet verso la prima metà dell’Vlll secolo d.C. In seguito altri riformatori enunciarono la teoria cosmologica secondo la quale il monte Meru (il Kailash) è la dimora degli dèi, i quali dominano su quattro mondi di cui uno solo è il nostro, mentre gli altri sono mitici.
Il lamaismo è caratterizzato da un complesso rituale liturgico che prevede per i sacerdoti abiti cerimoniali fastosi, ma la sua dottrina discende direttamente dal buddismo mahayana e prevede che tutti gli esseri possono liberarsi dal ciclo della nascita e della morte e raggiungere il nirvana se seguono con determinazione un metodo in cui hanno grande importanza la mistica e la pratica dello yoga.
Capo spirituale del buddismo tibetano è il Dalai Lama (”il maestro [ la cui sapienza è infinita come l’] oceano”), considerato la reincarnazione del Buddha Avalokitesvara. Questi un tempo risiedeva nel monastero di Potala a Lasha ; oggi, dopo l’invasione cinese del Tibet, si trova pressi Macleodgangji, una piccola cittadina nella campagna indiana dell’Himachal Pradesh. Alla morte del Dalai Lama, per nominarne il successore viene seguito un particolare rituale : ad alcuni bambini, scelti perchè in possesso di precisi requisiti, vengono presentati degli oggetti, di cui uno solo appartenuto al defunto : chi lo individua viene riconosciuto come nuovo capo spirituale della comunità
Anche se il Dalai Lama è il personaggio piú famoso del lamaismo, non per questo bisogna disconoscere l’importanza di un altro maestro, il Tashi Lama, il quale viene considerato la reincarnazione del Buddha Amithaba ed è a capo della corrente di pensiero dei <<berretti rossi>> o Nyingmapa. Il buddismo tibetano, infatti, dopo i’incontro con le scuole sciamaniche e magiche dei Bon si divise nella setta dei <<berretti gialli>> asceti che trascorrono la propria vita in cavità rupestri praticando arti magiche come il loro maestro spirituale Milarepa, e in quella dei <<berretti rossi>>, che si college alla figura di Padma Shambava.

ISLAMISMO IN INDIA

Quando l’Islàm giunse in India, le popolazioni non si assoggettarono facilmente alla nuova religione, cosi diversa da quella propria tradizionale. La stessa arte indù. Con la sua esuberanza figurativa, si poneva all’estremo opposto rispetto all’avversione per la rappresentazione di figure propria del pensiero musulmano. Ma l’islàm in India non poté fare a meno di risentire della culture e della somma di tradizioni locali: ecco quindi che nelle comunità musulmane indiane si trovano le processioni di immagini dei santi (cosa strettamente vietata dall’lslàm del Vicino Oriente), la riduzione delle cinque preghiere giornaliere a una sola e, presso la tribù dei Mopla,nel kerala ( india del Sud) la stretta discendenza matrilineare, estranea alla mentalità virile musulmana ma comune alle tradizioni matriarcali delle aree tribali indiane
L’eredità della dominazione islamica, durata nell’India del Nord ben 700 anni (dalle prime invasioni alla colonizzazione inglese), è oggi rappresentata dal ricchissimo patrimonio artistico moghul e da circa 75 milioni di fedeli musulmani.
Tale relativamente ridotta presenza umana è dovuta al fatto che la forte cultura induista, che già aveva neutralizzato il buddismo, restò pressochè inalterate durante il periodo che va dall’XI al XVIII secolo, fossilizzando in una sorta di ortodossia sotterranea che le consenti, alla caduta dell’impero islamico, di riemergere incontaminata nei suoi tratti più peculiari.
Nella vita quotidiana dell’India attuale permangono, e in zone limitate, solo alcuni costume islamici qual il purdah l’isolamento domestico cui è tenuta l donna, la quale deve in pubblico apparire col viso coperto- e l’uso del narghilè
I musulmani di oggi, quelli che al momento della spartizione del 1947 non si sono trasferiti in Pakistan., restano una minoranza (diffusa, a parte alcune città dell’Uttar Pradesh, negli stati confinanti con il Pakistan) che nel tempo tende sempre più a fondersi con la popolazione indù assimilando costume e il credo religioso.

 LE SETTE

In tutta l’India è facile imbattersi in incongruenze religiose a volte paradossali per noi occidentali,  abituati a una religione dogmatica e strutturata come quella cattolica. L’induismo, invece, si è frammentato, pur mantenendo un’ unità originaria, in varie sette o scuole che si indirizzano verso l’adorazione di una divinità piuttosto che di un’altra. Non è difficile riconoscere i Vaishnava, devoti del dio visnu poichè portano tracciate sulla fronte, come segno di riconoscimento, una linea perpendicolare rossa e due linee oblique bianche. Appartenenti alla stessa setta si possono considerare anche i Krishnaiti, i fedeli del dio Krishna che viene concepito come una susseguente reincarnazione del più antico dio Visnù.
I Krishnaiti si rifanno alla Bhagavad Gita e ai Bhagavat Purana, testi sacri dell’India che raccontano le avventure eroiche e leggendarie del dio che uccise il drago che molestava gli abitanti di Mathura, città sacra a Krishna perchè la tradizione vi ravvisa il luogo della sua nascita, avvenuta nel IV millennio prima della nostra era. I seguaci di questo dio credono nella bakthi, cioè l’azione devota verso la comunità , esercitata assistendo i malati e i bisognosi, per raggiungere la propria illuminazione . Questa corrente si divide a sua volta in quattro diramazioni: quella che venera il Krishna della storia, Vasudeva ; quella che venera Krishna Bhagavat : quella dei Bala Krishna, il dio bambino ; e infine coloro che venerano Krishna Gopal, il dio pastore raffigurato nelle miniature, che si dedica ai giochi erotici con le pastorelle che come ninfe passeggiano con lui nei boschi descritti da Jayadeva (poeta e fervente adoratore del dio,vissuto nel XII secolo) nel poema pastorale Gita Govinda.
Un’altra importante corrente filosofica e religiosa dell’India è lo Shaktismo, i cui fedeli, adorando la dea Shakti, dimostrano la preferenza per l’energia femminile che permea tutto l’universo, in un culto simile a quello della Grande Madre, comune a moltissime civiltà mediterranee dell’antichità. La dea, fonte d’amore e di tenerezza, viene venerata anche nella sua controparte terrifica, seminatrice di morte tra coloro che infrangono la legge divina : il suo nome diventa allora Durga o Kali, colei che dimora nell’Himalaya, e viene rappresentata iconograficamente cinta di teschi umani e di serpenti, in una interpretazione di origine anarya, cioè non arana. Propria di questo culto è l’offerta di sacrifici rituali all’immagine della dea.

I Ganapa (Ganapatya) sono i fedeli che adorano Ganesha, il dio dalla testa di elefante, figlio, secondo una tradizione, di Shiva e Parvati, e secondo un’altra, invece, nato dalla fronte di Shiva e mutato in elefante dall’ira di Parvati, gelosa di questa nascita avvenuta senza la sua cooperazione. Ganesha, ora simbolo della sapienza e della letteratura, in origine era adorato come dio della fecondità e del lavoro, e ancora oggi viene invocato all’inizio di ogni attività di rilievo.
Tra le sette religiose più antiche troviamo I Sauryapatha, devoti di Surya. I’antica divinità del sole dei Veda. Uno dei rituali più seguiti dai fedeli è la preghiera al sole nascente ( Surya Namaskar) che rinnova il ciclo eterno della vita.
Tra le correnti non propriamente religiose, ma che si inseriscono direttamente nel pensiero induista per induista per l’importanza loro attribuita da alcune scuole, va compreso l’Hata Yoga. In origine tale disciplina nacque infatti come rivolta alternativa a quelle forme di ascesi mistica comuni alle correnti speculative e filosofiche del periodo storico. Attraverso questa tecnica l’adepto puo sperimentare il controllo sul proprio corpo, esaltandone le capacità a dispetto della concezione buddista del corpo come dolore. Gli asceti di yoga vengono chiamati siddhi o yogi, cioè coloro che hanno saputo dominare con la volontà il proprio corpo e l’energia ( denominata Kundalini) che in esso è racchiusa. La meta fisica dello yoga è infatti di permettere al corpo di sbloccare l’energia vitale che circola in forma di respiro . ll mezzo più importante per giungere al grado di siddhi è la pratica del pranayama o scienze del controllo del respiro, secondo la quale occorre respirare in un certo modo armonico affinchè il respiro e la mente corrano su di uno stesso filo. Con il padmasana, la posizione a loto tipica di moltissime raffigurazioni di divinità indù, e l’osservanza delle complesse pratiche ascetiche dell’ Hata Yoga si può raggiungere l’illuminazione definite Asamprajnatasamadhi, <<assorbimento supremo>>
Due correnti si distaccano da quelle appena citate per una specifica importanza che hanno avuto all’interno della religione Indiana. La prime è il tantrismo, la seconda il lamaismo tibetano (vedi sopra).
ll tantrismo (così detto dai libri canonici Tantra, redatti nel VI secolo d.c.) è uno degli atteggiamenti religiosi indiani che più ha interessato il mondo occidentale. Lo si può definire un’interpretazione magica e occulta della religione induista. Sembra infatti che abbia avuto origine da quelle correnti sciamaniche dei guru o degli yogi dell’induismo e del buddismo che nel VI secolo d.C. incominciarono ad opporsi alle pratiche rivendicando una totale compartecipazione dell’uomo natura.
Nel tantrismo si ha il ritorno alla dea madre Aditi prevedica, adorata sotto forma di pura potenza femminina nella dea Kali e in Durga della cento braccia, e dell’amore consorte di Shiva. Secondo il pensiero dei Tantra, tutta la nature deriva da una dea: dalla dea dell’abbondanza ad Annapurna, dea dei monti, da Laksmi consorte di visnù a Maryammei, dea del vaiolo e della morte.
La figura maschile più importante in questa correnteè il dio Shiva ; l’entità che egli forma con la sua controparte femminile Shakti simbolizza i due principi opposti ma complementari del del maschile e del femminile, Nella metafisica dei Tantram infatti, ogni manifestazione è bipolare suprema. Ecco quindi che l’arte tantrica rappresenta il dio Shiva nella sua forma androgina di Ardhanarisvara, il dio metà vestito con abbigliamento maschile e per metà di corpo femminile. Il fedele tantrico deve percorrere le stesse tappe del dio per conquistare quell’equilibrio metafisico che consente di raggiungere l’armonia dei due principi polari : poichè il corpo viene considerato parte integrante del cosmo, egli deve, per ottenere la propria illuminazione, seguire spontaneamente gli impulsi fisici utilizzando particolari formule rituali ( mantram) e alcune tecniche di meditazione (dharana)
Come accade per altre correnti, anche il tantrismo si divide in due scuole diverse, quella della <<mano destra>> o Daksinatantra e quella esoterica della <<mano sinistra>>o Vamatantra. La prima assomiglia alle scuole yoga, mentre la seconda, praticata da un ristretto numero di fedeli, ha un suo rito peculiare per risvegliare l’energia vitale : la pratica del mithuna, accoppiamento sessuale che esprime la congiunzione tra il dio Shiva e la dea Shakti, il principio maschile e quello femminile. Ma l’atto non deve permettere il raggiungimento dell’emissione seminale, in quanto è tramite il controllo che lo yogi tantra raggiunge l’esperienza metafisica del congiungimento dei contrari, proposta non troppo paradossale per il pensiero surrealista del’India